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La Certosa

La Certosa Cantù è stata un luogo fondamentale per la vita culturale ed economica di Casteggio, e dopo il restauro curato dall’amministrazione comunale, è tornata a ricoprire questo ruolo. L’edificio è un bell’esempio di “grangia” monastica barocca e, anche se le grange si diffusero in tutta la pianura padana e in Francia in età medievale diventando veri centri propulsori dell’economia e del commercio, questa di Casteggio fu iniziata nel 1695, e conclusa entro il primo lustro del 1700 ad opera dei certosini, da cui il nome di Certosa. Non è quindi una “certosa” secondo la Regola dei cistercensi di San Brunone bensì una “grangia”, che dal latino “granica” che significa “granaio”: la Certosa di Casteggio era quindi una grande cascina di un complesso monastico cistercense che viveva dei suoi prodotti e riforniva il proprio monastero. I monaci erano dunque impegnati nel lavoro dei campi, nella coltivazione della vite, nell’allevamento del bestiame e nell’artigianato agricolo con un rapporto quotidiano con i contadini del posto.

La Certosa di Casteggio, sorta sul Pistornile carico di memorie storiche e archeologiche che ne documentano l’insediamento umano fin dalla preistoria, raccolte nel Civico Museo Archeologico dell’Oltrepò Pavese, fu quindi non tanto un luogo di preghiera, come le Chartreuse d’Europa, ma un luogo di lavoro. Le “grange” infatti formavano il “priorato rurale” dove i monaci non applicavano l’intera Regola come nelle grandi abbazie, ma rispettavano le disposizioni principali e celebravano gli uffici prioritari. Le grange non distavano mai più di 6 chilometri dall’abbazia perché i monaci dovevano rientrare al monastero prima di notte e l’abate poteva controllare direttamente le terre pianificando e razionalizzando l’intero sistema economico. Ogni grangia era infatti, guidata da una solida gerarchia a capo della quale vi era un abate, oltre ad un “cellerario” a guardia della dispensa, un “portinaio” per i rapporti con la gente del posto che viveva stabilmente nella grangia con i monaci, un “giardiniere” per l’orto e un “fratello Bacco” che, nelle grange come Casteggio dove sorgevano vigneti, era responsabile della cantina, della pulizia dei boschi e della raccolta della legna; c’era poi il “grangiere” un monaco incaricato di seguire tutti i lavori nelle terre e nella grangia stessa. Tutti insieme garantivano l’approvvigionamento del monastero di riferimento, fornendo periodicamente una quantità predefinita di farina, frutta, verdura, prodotti del raccolto e botti di vino.

La differenza strutturale fra la grangia monastica come la Certosa di Casteggio e le altre Certose, è evidente già nell’articolazione degli spazi, la struttura è più semplice rispetto alla piccola cittadella tipica delle Chartreuse. Niente celle monastiche, una cappella per le devozioni, un solo chiostro per il lavoro, una struttura lineare, destinata ad una vita religiosa più libera dai vincoli della rigida Regola certosina. La Certosa di Casteggio, infatti, come tutte le grange, comprende un solo nucleo abitativo, realizzato in mattoni e pietre a vista poiché si utilizzavano i materiali del posto. L’edificio principale era suddiviso fra l’area riservata ai monaci con il piccolo oratorio al fondo del corridoio del primo piano, decorato dalla pala d’altare barocca raffigurante San Bruno, la Vergine ed il Bambino, e la parte destinata ai contadini. Accanto sorgevano gli ambienti di lavoro, di ricovero per gli animali, stalla, granaio e magazzino per gli attrezzi, aree che nel restauro attuale accolgono l’Auditorium, il ristorante e bar, locali di servizio da un lato, il Civico Museo Archeologico, la Biblioteca Civica e sale per riunioni dall’altro. Tutti i settori si affacciano al chiostro centrale, una corte chiusa di forma quadrata. Di solito le “grange” erano circondate da recinzioni, fossati e torri o, come a Casteggio, da un imponente muro di cinta a mattoni con un portale come ingresso principale, recante la sigla “GraCar” ed un ingresso secondario aperto sui campi, gli orti e le vigne. Sotto la pavimentazione del chiostro, anche se impossibile da visitare, esiste ancora la grande cisterna di granito per conservare il vino mentre il cibo era stipato nella cantina, oggi ribattezzata “Cantina degli Archi” dalle classiche volte “ad unghia”. Nelle grange infatti c’erano ghiacciaie per conservare il cibo, un pozzo, un forno e spesso anche un mulino. Dal chiostro inoltre si può accedere all’area del Giardino del Belvedere, immerso in un parco rivolto a sud, verso la vallata del torrente Rile. Tutto il complesso della Certosa, nell’Ottocento passò ai privati che ne riorganizzarono gli spazi modificandone gli usi, e alla fine del secolo l’edificio fu lasciato in eredità al Comune dall’ultimo proprietario, il professor Luigi Cantù.

Oggi la Certosa Cantù ospita il Museo Civico Archeologico di Casteggio e dell’Oltrepò Pavese, istituito nel 1978 che raccoglie circa 2000 reperti visibili, fra cui due tombe romane a inumazione con copertura alla cappuccina, frammenti di ara funeraria, un calice etrusco in bucchero decorato con motivo a coda di pavone (del VI sec. a.C.) e reperti della necropoli romana di Redavalle. Ospita inoltre la Biblioteca Civica, con un’ampia sala di lettura e uno spazio multimediale con interessanti lasciti di recente acquisizione. Nell’edificio, la sala dell’Auditorium, di vaste proporzioni, accoglie manifestazioni di carattere culturale. Proprio in questi locali si è tenuta l’edizione 2008 di Oltrevini, in una veste totalmente rinnovata. E anche l’edizione 2009 ripropone la stessa collocazione negli spazi della Certosa Cantù che accoglieranno i visitatori nell’Auditorium dove troveranno posto le Aziende, nella Cantina degli Archi con i convegni, nelle sale della Biblioteca per le degustazioni, nel Chiostro e nel Giardino del Belvedere.

Oltrevini 39° - Casteggio Certosa Cantù - 8/10 maggio 2009
ORARI - venerdì 8 maggio, ore 22.00 – 23.30; sabato 9 maggio, ore 10.00 – 23.30; domenica 10 maggio, ore 10.00 – 19.00
INFO LINE: tel/fax +39 0383 82476 email: info@oltrevini.it - p.iva 02120950189

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